domenica 6 ottobre 2013

ARTWORKS






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Artworks è un insieme composito, che ricorda un oggetto sapiente e ricco di fascino, qual è l'erbario. Queste opere infatti parlano la lingua del generale  e del particolare; hanno complici il caso e la cura; sono legate al gesto e muovono all'astrazione; evocatrici di natura e poesia. Come nella costruzione dell'herbarium in loro c'è la grazia della raccolta, della scelta, della gratitudine; sono frutto di un comporre per dare senso. I singoli di Enrico Marani sono luoghi dell'anima fermati sull'alba tabula della memoria. Hanno estensione simbolica molto forte, senza perdere essenzialità.  Ogni opera declina un verso, con la leggerezza e la potenza di un'immagine parlante che va oltre la sua materialità. Ci sono abitudini e curiosità, bisogni e capacità creative che perdiamo con il tempo. Enrico Marani ce le restituisce con l'abilità e la sapienza di chi riscopre un'attitudine. Un linguaggio fatto di incontri, di sovrapposizioni, di chiusure ed aperture dove l'istantaneità e l'eternità si fanno complici. L’'evocazione di paesaggi reali ed immaginari, terribilmente vivi e fantasticamente inesistenti. Il simbolico non è sublimazione ma arcaica corrispondenza del concreto e dell'astratto. Scopriamo l'astro nella sua assoluta perfezione sorgere dal buio della terra (composition 13) o l'occhio pericoloso di Medusa nell'assoluta fissità dei fili e degli sterpi annodati (composition 10); dentro una piccola cavità scopriamo la “possibilità” che appartiene ad ogni dolorosa crepa che si apre nel contingente (composition 10); troviamo la potenza evocatrice della memoria paga di se stessa finché non viene invasa dalla verdescenza del presente (composition 3), per fare qualche esempio. Marani è un artista poliedrico, la cui espressione è nella forma più completa segno parola suono. Il segno che nelle sue opere assume su di sé la capacità di evocazione poetica. Ama definirsi “scultore musicale”* perché capace di mescolare i sensi e le abilità. In Artworks a ciò si aggiunge una ricerca sapiente di comunicare al di là dell’io. Sono le cose, i frammenti di una natura non addomesticata nelle forme, non neutralizzata dall’identità della nomenclatura scientifica, ma viva, imperfetta a volte mescolata ad altro che non solo riconosce ma ingloba, fortifica, domina. È un’arte delle cose nella loro immortalità poetica, è una comunicazione che supera il dire della soggettività, perché come ci suggerisce il filosofo Remo Bodei il privilegiare la cosa rispetto al soggetto è mostrare il soggetto stesso nel suo rovescio. Non troviamo nei singoli dell’artista il suo sé deforme, alterato, idealizzato, ma il suo gesto, il suo cogliere e deporre come atto di universalità. Non è sul sogno, sulla ricerca di perfezione, sul fantastico che troviamo in questa collezione il senso dell’arte, ma nella possibilità di parlare attraverso l’istante che si itera al di là della sua volontà.
Come gli erbari, dove il perdere la propria tridimensionalità significa acquistare per sempre e per molti la propria eternità.


Micol Perfigli


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Queste opere parlano di incontri. Tra chi? Non è dato saperlo con certezza. Elementi della natura, potremmo dire. Ma quale natura? Non certo la natura nel senso ristretto, moderno, ma in quello più ampio della physis greca, all'ascolto della quale Heidegger ha rieducato il nostro orecchio. Anche due reti di plastica possono essere, e qui sono, physis. Natura, prima ancora che nel senso di potenza, nel senso di mistero. Non la natura romantica, non la natura intesa come forza, o come mondo, o come orizzonte inglobante, ma, piuttosto, come ciò che spunta e cresce oltre il mondo e l'orizzonte, tra le loro pieghe, rompendo le pieghe stesse. Natura come ciò che sorge spontaneamente, sommessamente, sempre sotto possibile smentita, che viene dal nulla e nel nulla è destinato a tornare – e che, a differenza del sistema, non se ne fa problema. Non una forza che si oppone ad altra forza ma un soffio che se ne sottrae radicalmente. Elementi, abbiamo detto. Mi ha colpito, in questi lavori, questa strana sospensione che invita a considerare, nell'accordo generale, ciascuna singolarità: un equilibrio miracoloso e paradossale tiene separate le identità di ciascun elemento anche nelle opere apparentemente più corali. Anche negli intrecci, anche negli addensamenti attorno a un punto: superata la visione d'insieme, ognuno di essi ci invita ad essere considerato nella sua propria esistenza. Potere della materia sull'attività uniformante della visione, della pittura. In queste opere, ogni singolarità si espone di per se stessa, con una propria luce, una propria resistenza, irrestibilmente, naturalmente – ed ecco ancora questo significato quasi capovolto di natura, che non significa più uniformità ma emersione dall'uniformità. ingolarità che esige di essere guardata, nella sua fragilissima presenza; null'altro da offrire che se stessa, nessun escamotage, eppure proprio questa nudità è seducente al massimo grado, è un coraggio che sentiamo mancarci. E l'occhio rimane lì. Ma abbiamo detto anche: incontri. Incontri tra due elementi (che può significare: tra due singolarità dello stesso tipo, ma anche tra due tipi diversi). Ciò che emerge dalla physis non è incurante. In queste opere sembra che la tensione verso ciò che è sorto dietro o davanti a me, di fianco a me, sia la prima preoccupazione della cosa stessa. Io vengo al mondo, e per questa stessa ragione immediatamente mi piego, mi dispongo verso l'altro. Gli elementi, qui, sono solo apparentemente rigidi e fissati. Da essi emerge un bisogno di comunicazione – anche negli elementi apparentemente più potenti, più in alto nella gerarchia dell'esistente tracciato dalla disposizione delle tavole. Nessuno di essi può essere solo, ma, ancora di più: nessuno vuole esserlo. In queste opere, nella loro purezza, venuta al mondo e desiderio si concentrano l'uno nell'altro fino a coincidere. Nel silenzio, gli elementi si parlano in un modo soprendente. Ed è proprio il discorso sull'incontro che ci porta al grande assente: l'uomo, quello che sta davanti l'opera e quello che le sta dietro. "Grande assente", perché assente di un'assenza sempre ricordata. Da qui, da questi incontri, l'uomo non è semplicemente andato via. Esso rimane come un sottointeso. L'uomo non compare – eppure il suo fantasma silenzioso sta dietro a questi lavori, impercettibilmente ma senza possibilità di smentita. Non sono opere dentro le quali ci si abbandona. In esse continua a percepirsi la risonanza del gesto, il lavoro, la regola. Regola talora apparentemente invisibile, ma non assente. Il sole accecante attorno al quale tutto si organizza, che pure non possiamo guardare direttamente. L'invisibilità della linea parla della misteriosità di questa regola, misteriosa almeno quanto il sorgere delle cose stesse. Mistero che l'artista rispetta. Non bisogna lasciarsi traviare dalla geometria delle disposizioni: non è una geometria imposta estrinsecamente, anche quando essa si fa più scopertamente violenta. Al contrario, essa dà quasi l'impressione di sorgere dalle cose stesse, come se l'artista si fosse semplicemente limitato a fotografare la disposizione del loro incontrarsi – qui forse esce l'occhio fotografico (e cinematografico) di Enrico –, come l'istologo congela la grande danza dei cromosomi nel susseguirsi delle fasi del ciclo della cellula, che da una si fa due. La regola, abbiamo detto quindi, è evidente: ma non è l'uomo che dà la regola, quanto piuttosto segue quella che le cose nel loro farsi gli suggeriscono. Ciò che si sente qui in modo supremo è quel mistero eminente dell'arte, secondo il quale l'artista, a un certo punto, sente che l'opera, che pure egli ha prodotto, non è più sua. In questi lavori, sembra che l'artista abbia da sempre soltanto guardato il suo materiale, e quasi si stringe a noi in una contemplazione magica. Per questo motivo ho scritto che il lavoro è allo stesso tempo evidente e sottointeso, che la regola organizza, ma secondo i ritmi che le cose impongono: per questo ho detto che l'uomo c'è, ma come fantasma. Mi immagino, guardando queste opere, che lo sguardo dello spettatore, davanti ad esse, se potesse bucarle, troverebbe specularmente lo sguardo dell'artista, che pure da da dietro le guarda. Più che fare, egli permette che le cose si facciano. Ricordo una conversazione con Enrico sul mistero di essere padre e madre, in cui egli ribaltava la logica consueta che vede il figlio come qualcuno o qualcosa da plasmare, per confessare che il problema era piuttosto il contrario: capire cosa voleva il figlio dal padre e dalla madre, capire in che modo ciò che era stato generato interpellava il generante, capire in che modo egli chiedesse di seguirlo lungo le proprie strade. Paradosso del creatore che viene creato a sua volta dalla creatura, come ha scritto anche Lévinas. Paradosso umano, prima ancora che artistico.Dietro all'incontro delle cose, l'uomo. L'uomo che accompagna la vita della natura, che la annusa con una riverenza religiosa: non acritica, ma umile. L'uomo che sente il respiro della natura, quando sa di non possederlo più: e con quest'immagine del respiro, certo logora e abusata, vogliamo significare un evento reale: quello per cui, paradossalmente secondo le nostre regole, le cose, nel loro silenzio e quindi senza apparente comunicazione, si rendono disponibili per ogni altra. Non dicono "sono qui, e posso fare per te questo". Il "posso" e il "questo" non sono nella loro disponibilità. Essere al mondo è già un essere radicalmente esposto. Tacciono, quasi disarmate, consapevoli dell'inevitabilità del respiro. Non un respiro "cosmico", cioè, in fondo astratto, perché valido "per tutti e per ciascuno", ma un respiro che condivide l'aria con ciò che gli è stato messo di fianco (di nuovo, Heidegger e la Geworfenheit?), che si apre alla stessa aria: e l'aria non è uguale dappertutto, e non ogni cosa va bene per tutti. Si conserva qui, cioè, il senso della differenza. La fragilità dell'incontro che è anche ciò che lo rende autenticamente tale, il suo poter sopravvivere magari anche un istante solo, il suo essere dipendente da certe condizioni, da un certo tempo. Irripetibile, davvero. Dipendente dal tempo e dallo spazio; e in un certo senso al di fuori, come miracolosamente emergente dal tempo e dallo spazio, in altre parole: vita: "Il significato dell'universo non sta nell'universo".

Davide Bertolini

 


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