domenica 18 novembre 2012

LA TERRA (per un nuovo umanesimo)




 
Viviamo lontani dalla terra ed in un graduale distacco dalla carne (ma questa è un'altra amnesia). Calchiamo la terra con i piedi, ma la conosciamo sempre meno, non la tocchiamo con le mani, non lasciamo orme a piedi nudi. Il fango va lavato, gli stivali e le scarpe ci proteggono, i pneumatici ci portano rapidamente da qui a là senza quasi nessun contatto.

Fra noi e la terra abbiamo frapposto degli intermediari sconosciuti, gente lontana, che spesso parla altre lingue e viene ancora a patti con una terra lontana, ma purtroppo non per sé lavorano, ma per altre organizzazioni ancora. Enormi golem finanziari raccolgono il lavoro di questi contadini spesso disperati, grano, soia, mais, patate, zucchero, cotone e caffé e lo lavorano, lo trasformano, lo alterano chimicamente, lo confezionano e lo imballano. Spesso da un'estremità del pianeta riforniscono la parte opposta, caricando tutto su navi, treni, container, camion. Il materiale deperibile viene stipato nei frigo e rifornisce enormi ipermercati, dove si vendono cibo, computer,pupazzi di pelouche, biciclette e aspirapolvere.

Le macchine non hanno bisogno di cibo, ma necessitano di elettricità. Il proliferare delle macchine ingurgita risorse in modo insostenibile, aliena la terra all'uomo, contamina l'acqua e svuota i fiumi. L'uomo ridotto a macchina ignora la terra, si rifornisce spesso acriticamente di combustibile organico, ma ha perso il contatto con la terra che abita. L'agricoltura nei paesi “sviluppati” ed in Italia in particolare langue. Eppure il fabbisogno di cibo sale.

Dove si alimenta la contraddizione fra l'abbandono dell'agricoltura, dell'autosostentamento e della capacità di render fertile la terra, a cui corrisponde per contro un aumento delle necessità alimentari? Il ritorno dell'uomo, la fine del suo travestimento a macchina biologica, la riconquista della coscienza e dello spirito per un nuovo umanesimo, cercano un piano d'appoggio e questo piano d'appoggio è la terra.
Senza la fatica, senza la pioggia e il letame, senza la vanga e la zappa, siamo condannati a rifornirci di nulla organico, facendo del cibo una sosta ad una stazione di servizio dotata di ampio parcheggio. Le mani nel fango sono un battesimo, le unghie sporche e la schiena indolenzita testimoniano di un'autenticità perduta fra questi alimenti sigillati nel polietilene.

Non è una romantica lotta di retroguardia, più semplicemente mangiare taralli fatti con i cereali per i maiali ci uccide, così come ci uccidono molti artefatti cibi moderni: non sono adatti all'organismo, non sono dono fresco della terra.

L'intendimento di terra come risorsa, come luogo dove massimizzare la produzione e le prestazioni, esattamente come si parlasse di un qualsiasi prodotto elettronico, è un intendimento che non solo ci esclude da una relazione con la terra, dal ringraziamento per i frutti che così generosamente ci dà, ma inesorabilmente avvelena prima l''anima e poi il corpo, mancando appunto una relazione, una dedizione ed un rispetto, che alla fine sono parte integrante del prodotto finale: il cibo.

Ridurre il cibo ad un combustibile è un suicidio, abbandonare la terra è solo preparare un esilio volontario ed inconsapevole.

2 commenti:

Unknown ha detto...

Anche l'uomo, come la terra, ormai p ridotto a risorsa.

fxg ha detto...

perso il contatto con la terra, persa l'identità.